Il canto dell'amicizia

“Ecco il gruppo che giorno per giorno diventa sempre più duttile, che si scompone e si ricompone secondo le necessità: questa è la tanto decantata amicizia che, anche se auspicata o proclamata nei convegni, nelle discussioni, nei programmi, è quasi sempre un miraggio. Qui c'è la serenità che viene dalla fiducia reciproca.”
di Bepi De Marzi dal libro pubblicato da I Polifonici Vicentini per i loro 25 anni di attività


Voci appena vibrate, in timbro pieno, non di falsetto, in corda mediana; voci con una impostazione mai ascoltata prima nel concorso di Adria per cori maschili, detti anche alpini, o di montagna. Stupore, emozione per la giuria e per il pubblico: affermazione immediata per il coro di Pierluigi Comparin. Alla formula che per decine d'anni aveva caratterizzato il genere chiamato impropriamente "di montagna" si affiacava così un modulo vocale impensabile, perfino osteggiato e talvolta deriso, definito, con chiare intenzioni spregiative, "operistico". Era il tempo in cui la naturale vibrazione della voce, ma proprio naturale, spontanea, eppure caratteristica della buona qualità, magari appena percettibile per una oscillazione piacevole e delicata, tenera, talvolta inebriante, veniva definita da un ottimo direttore di coro, buon musicista e vivace innovatore: "pulsione omosessuale". Era il 1984.

A Isola Vicentina, da qualche anno, si andava allargando il fermento della ricerca, della sperimentazione, dello studio profondo, con la convinzione che per cantare bene è indispensabile saper leggere la musica. Solfeggio, allora. Comparin è un didatta con una forte esperienza scolastica: sa quali sono i meccanismi che possono portare in breve tempo alla preziosa lettura. Eccoli, i suoi ragazzi, con lo spartito tra le mani e il sorriso della creatività.
La sala che nel paese si apre nel vicoletto dietro il municipio diventa un vivace laboratorio. Quando un gruppo corale sa leggere la musica, il repertorio non ha confini. Lo sanno i cori d'intorno, diretti da buoni musicisti che però insistono a essere soprattutto degli ottimi organizzatori musicali: direttori che vanno a cercare elementi un po' ovunque per un attività concertistica che diventa, sì, intensa e insieme esemplare, ma che non può nascondere la debolezza della velleità. E la sorprendente presenza nei concorsi corali non fa che sottolineare, per questi gruppi, l'ansia di primeggiare, purtroppo più del legittimo desiderio di distinguersi nei valori dell'arte musicale. I cantori di Isola Vicentina, invece, pur cedendo alla tentazione di qualche competizione, misurano saggiamente le apparizioni, i concerti, dove si rivelano sempre nuovi, mai ripetitivi. E comunicano anche quella sottile inquietudine che sempre deve accompagnare chi opera nell'arte.
Un anno prima della rivelazione di Adria, il gruppo, costituitosi con le sole voci maschili, aveva immesso nell'organico le voci femminili. Madrigali, oh sì, madrigali dalla grande polifonia, ma anche l'umiltà dei racconti di ispirazione popolare; polifonia, certo, ma anche quell'omoritmia che si adagia nell'immediatezza che rassicura, che emoziona i cuori dei semplici. Voci giovani, addirittura giovanissime, ma ben precisate nel timbro. E poi quell'abbandono alla cantabilità che va ben oltre il rigore, che vuol dire soprattutto negazione della noia. Ecco il gruppo che giorno per giorno diventa sempre più duttile, che si scompone e si ricompone secondo le necessità, con formidabili solisti uniti in essenzialità cameristica, con il grande organico che sa attendere, che sa trepidare nell'ascolto dei più dotati, anche dei più preparati. Questa, perciò, è la tanto decantata amicizia che, anche se auspicata o proclamata nei convegni, nelle discussioni, nei programmi, è quasi sempre un miraggio. Qui c'è la serenità che viene dalla fiducia reciproca, anche dalla diffusa fedeltà all'impegno. E il direttore, il Maestro, non deve fare altro che condurre la musica, non deve fare altro che seguire e ampliare i sentieri della poesia segnati dai suoi cantori.

E mi piace, ora, dire della casa di Pierluigi Comparin. Al passaggio di ponente, dalla piazza del paese, sfiorando la solennità di Santa Maria del Cengio alta sulla roccia, respirando la brezza dell'acqua in fontane e ruscelli, seguendone il muschio e il suono, si entra nella meraviglia di una valle distesa, una piccola pianura protetta dalle alte colline in cerchio quasi concluso.
La casa del Maestro s'incontra, un poco solitaria, lungo la strada che penetra la campagna. Parallelo vi scorre un piccolo fiume, sempre misurato, talvolta copioso, costante anche nella stagione dell'afa e delle cicale. Acqua trasparente, tranquilla; acqua di chissà quale fonte, sgorgata da chissà quali piccole sorgenti aperte tra le pieghe dei prati, sotto le balze dei vigneti, nel mistero dei boschi. Dentro la casa, la famiglia del Maestro è l'armonia dell'armonia. La moglie, che canta nel coro, ha voce chiara di soprano: un amore, il loro, nato madrigaleggiando. La prima figlia suona il pianoforte e canta sicura con timbro agile e ambrato di mezzosoprano; la seconda figlia ha l'estro inquieto della fantastica creatività adolescente; il bambino sa cercare negli amici della famiglia, che ogni tanto vi sostano, la complicità nella furbizia che esce dall'infanzia. Sul ballatoio della grande finestra troneggia l'organo a canne. Nella sala sta la solennità di un pianoforte a coda. Poi libri, spartiti, partiture, dischi e riproduttori moderni, sempre aggiornati. È un piccolissimo conservatorio domestico, ideale per chi, con l'onestà, la sapienza e la saggezza, sa inventare i giorni, il tempo, la vita.

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